Il Social Reader: la qualita’ delle notizie (e degli amici)
E’ online da qualche giorno il nuovo Social Reader di Facebook del Corriere della Sera. Cos’è? In un tweet, un’applicazione che presenta i contenuti di Corriere.it visualizzati in base all’apprezzamento degli amici su Facebook. Una sorta di quotidiano online la cui agenda setting è creata dagli utenti.
Si tratta della prima applicazione su Facebook di un giornale italiano dopo le esperienze di grande successo maturate da tre quotidiani internazionali quali Washington Post, Wall Street Journal e Guardian (da sempre avanguardia in tema di grafica, usability e sviluppo per tutti i media europei).
Per approfondirne la presentazione, ecco l’articolo di lancio di Alessia Rastelli e la riflessione di Daniele Manca su Corriere della Sera.
Immaginate il Social Reader come una sorta di riunione di redazione virtuale che gli utenti di Facebook fanno per decidere quali delle notizie pubblicate su un quotidiano meritino più spazio e quali meno. Solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile e dissacrante immaginare che la Rete potesse partecipare alla costruzione del ranking delle notizie, anche solamente in una stanza dedicata alla community. Ma i tempi sono cambiati ed è maturo non perdere di vista gli obiettivi che devono tenere in vita un quotidiano, oggi messo in grande crisi dal crollo inevitabile delle tre voci che ne costituiscono l’ossatura (vendita copie, vendita collaterali, vendita spazi pubblicitari).
Il quotidiano, nelle sue versioni cartacee e digitali, seguirà la propria agenda setting. Non viene sminuita l’importanza strategica del ruolo della redazione (ce lo ricorda, non casualmente, la presenza dei tweet di De Bortoli all’interno dell’applicazione su Facebook di Corriere.it). Ma si evolve il meccanismo di scelta delle priorità. E siamo sicuri che anche il Social Reader possa influenzare le scelte redazionali. La grandezza di un direttore e della sua Squadra si misurerà nella capacità di gestire la bilancia editoriale: da un lato la qualità (con tutte le sue Sorelle: la professionalità, l’etica, la cultura), dall’altro la vendita (e l’esigenza di offrire notizie di largo consumo, il rischio di naufragare nel gossip, nel dramma da Arena televisiva o nei numerosi Plastici da cronaca rosa-nera). Qualità e vendita: devono andare a braccetto, litigare come due innamorati, farsi i complimenti dopo una giornata ricca di successi, farsi coraggio nei frequenti periodi di crisi. Sempre insieme.
Per questo il Social Reader è una grande invenzione. Perché misura la qualità della lettura, ci fa capire cosa leggono gli amici, ci permette di condividere i gusti delle persone. Ci dirà quanto (poco) contenuto e (molto) gossip ci sia nella vita delle persone che ci circondano.
Con il rischio che il lettore più narcisista ed attento al giudizio degli altri, probabilmente senza aver mai letto Schopenhauer (tra l’altro non iscritto su Facebook), inizi a leggere solo quello che potrebbe migliorare la sua personal reputation all’interno della community: come dire, leggo questo per far vedere agli altri che l’ho letto.
Ma non sarà questa scoperta a mandarci in analisi, dopotutto. Anche perché l’augurio, sincero, è scoprirlo quando ciascuno di noi sarà già a buon punto del proprio percorso individuale.
Per concludere, ed è particolarmente terapeutico scoprire la notizia più rilevante al termine di un ragionamento, il Social Reader può essere, realmente, la cartina tornasole dell’epoca che viviamo. I nostri amici apprezzano e leggono solo la Saga di Belen, Emma, Corona e Stefano De Martino? Non dovremmo lamentarci con la redazione del quotidiano. Dovremmo, piuttosto, cambiare amici: magari partendo da quelli virtuali.
Il calice di Cristo: per molti ma non per tutti
In una lettera di cinque pagine rivolta alla conferenza episcopale tedesca, Benedetto XVI ha spiegato le ragioni per cui si dovrà cambiare la formula dell’Eucarestia nella Santa Messa (come descritto nell’articolo di Gian Guido Vecchi su Corriere della Sera). Com’è noto, nell’Ultima Cena Gesù spezza il pane e poi prende il calice del vino. Il rito eucaristico prevede che il sacerdote ripeta queste parole:
“Questo è il mio sangue…versato per voi e per tutti in remissione dei peccati“.
Il Papa ha voluto riattribuire fedeltà integrale alle parole della Bibbia: mentre negli evangelisti Giovanni e Luca è assente il riferimento verso chi sia diretto il gesto di Cristo, sia Matteo che Marco scrivono “perì pollôn” riferendo di un Gesù che si rivolge “a molti”, non “a tutti”.
Del resto fino al ’69 lo stesso messale latino, ci ricorda sempre Gian Guido Vecchi, recitava “pro multis”; in seguito, con la riforma introdotta da Paolo VI, l’espressione venne modificata.
Chiaramente la questione assume rilevanza al di là della formula eucaristica. Può Gesù Cristo aver ricordato, in uno dei momenti più importanti del credo cristiano (non abbiamo le rilevazioni dell’Auditel ma non è proprio il caso di fare i San Tommaso), di versare il proprio sangue per i suoi discepoli e per “molti”? Può non averlo dedicato a tutti, escludendo – indirettamente – qualcuno?
Si tratta di un cambiamento particolarmente delicato che può provocare timori e interpretazioni di difficile gestione.
La scelta delle parole è da sempre materia su cui la Chiesa si è mossa mantenendo una strategia fortemente conservativa.
L’impressione è che prima per secoli e poi per decenni (ma gli ultimi decenni hanno, nella comunicazione, il peso dei secoli), la Chiesa abbia eretto mura e allontanato la ricerca di uno sforzo evolutivo del proprio linguaggio. E’ come se la Parola di Cristo fosse rimasta tale per conservarne la purezza del proprio valore: ma l’essenza del Messaggio, è chiaro, non si può nascondere nella sua radice etimologica ma nei valori che incarna.
Non vogliamo immaginare al Papa ed ai suoi “ambasciatori” come ad un direttore marketing o ai suoi product manager come nella riuscitissima gag dei Soliti Idioti: ma è naturale che aggrappandosi ad una serie di schemi vecchi e sconfitti dalla crescita dei nuovi linguaggi, la Chiesa abbia evitato di colmare il gap che tutti i credenti hanno, volenti o nolenti, creato tra sé e il messaggio cristiano.
Sono convinto, senza essere blasfemo, che le grandi firme della vita di Cristo avrebbero cercato di gestire in modo profondamente diverso la diffusione del Suo messaggio, nei secoli. Ma la realtà dei fatti è che non solo si è passati dai tutti ai molti, ma persino ai pochi. E sempre meno giovani.
Anche per questo è sicuramente da apprezzare il gesto di Benedetto XVI e la sua operazione di grande trasparenza con cui - ha ribadito – non intende escludere la redenzione di tutti ma riportare valore sull’importanza che questa passi attraverso l’adesione libera di ciascuno.
E’ un semplice esempio di come la Chiesa possa evolversi anche parlando la propria lingua. E possa, soprattutto, evitare di difendere il messaggio di Cristo come fosse una parola lontana dal tempo e riposizionarla con forza nel vocabolario della vita contemporanea. Lasciandogli il diritto-dovere di lottare con passione in ogni epoca, per conquistarsi il favore e l’amore di ciascuno.
In questa direzione vanno interpretati anche i recenti sforzi degli organi del Vaticano di aprirsi ai nuovi linguaggi digitali della comunicazione. Forme di appartenenza al proprio tempo, con i rischi che una community come quella virtuale può provocare, ma contro una chiusura dannosa che finisce per allontanare i fedeli.
Io ne sono certo: da qualche parte, nell’ultima lettera di San Paolo ai Corinzi, si annuncia l’apertura del Blog.
Condivisione senza comprensione
L’impressione è che buona parte delle nostre giornate siano dedicate alla ricerca di un pulsante di sharing. Viviamo la felicità, nelle sue molteplici consapevolezze, in funzione della sua condivisione. Una condivisione digitale che non passa sempre da una comprensione e condivisione con se stessi. E’ come se l’evoluzione tecnologica avesse forzato il nostro istinto e ci impedisse di gioire completamente di quello che viviamo. E questo scatena un lieve meccanismo ossessivo che ci porta a condividere, in ogni piccolo grande social media che ci circonda. Senza quella sosta doverosa nella stazione della comprensione.
Dell’Erasmus a Madrid gli studenti ricordano le meravigliose serate, trascorse su Facebook.
Anche la lettura digitale rischia di diventare vittima della frenesia da condivisione, molto spesso in funzione delle visite uniche e delle performance di ogni sito web che in questo settore diventano un fenomeno fortemente vincolante, tanto da poter mettere in crisi la qualità editoriale dei singoli progetti (molto meno di quanto imponesse la tiratura certificata dall’Audipress: torneremo su questo argomento).
Un semplice esempio: se facciamo un’analisi di alcuni dei principali competitor dei siti di news italiani, vediamo come in almeno 3 casi su 5 i pulsanti di sharing siano posti prima di un articolo. E’ il caso di Repubblica, La Stampa e Il Post.
Fanpage sceglie una posizione laterale rispetto al sommario, probabilmente l’interpretazione (da un puro punto di vista social) più riuscita a conferma del grande successo di questo sito di news (case study da approfondire: e approfondiremo). Corriere della Sera invece fa una scelta più qualitativamente corretta, con un box laterale che aiuta l’usability dell’utente e (tra le altre funzionalità) permette anche di consigliare l’articolo sui principali social network, mentre lo sharing generale è posizionato in fondo al pezzo.
Se ci pensiamo la collocazione dei pulsanti di condivisione prima di un articolo è un po’ paradossale, perché è paragonabile al ruolo di chi consiglia un libro prima di averlo letto. Pur consapevoli che i risvolti di copertina dei libri (di carta) abbiano reso acculturati buona parte degli italiani di oggi, sulla stessa linea del Bignami ai tempi del liceo anni ’90, questo semplice esempio introduce una questione rilevante e socialmente preoccupante: il nostro bisogno ossessivo di conoscere prima di sapere.
Nel momento in cui abbiamo la necessità di dire di aver fatto una cosa prima di averla compiuta e abbracciata, nella sua interezza, sacrifichiamo l’obiettivo fisiologico di ogni essere umano: vivere l’esperienza.
Non vedo l’ora che di andare in vacanza per far capire di essermi divertito.
Rimaniamo quindi vittime di un istinto, subendolo. Non riusciamo a gestire il desiderio di far sapere agli altri che noi lo abbiamo fatto, meglio se ancor prima di loro. E nella corsa alla condivisione sacrifichiamo alcuni passaggi fondamentali della comprensione. Del ritorno emozionale. E’ come se ci impedissimo di chiudere il libro dei desideri senza l’aver vissuto quei dieci secondi di viaggio emotivo in cui ne ripercorriamo l’essenza. Ci priviamo del sentimento della nostalgia e della sua stoffa necessaria per costruire il ricordo. Insomma, perdiamo un pò di consapevolezza e di cultura.
Può capitare persino dopo aver letto un articolo. E aver capito di volerlo condividere senza averlo concluso, interpretato, amato.
Condividendo l’idea di esserci emozionati.
Che poi sia accaduto realmente è secondario.
Ecco: ora, condividete.
Sulla grammatica della fantasia
Gianni Rodari è sicuramente un (ulteriore) motivo per crescere senza particolare fretta. Tutti siamo abituati a smettere di essere bambini, spesso senza ragioni. La brama di diventare adulti ci richiama come una vocazione ad assumerci responsabilità non richieste. E forse il nostro errore è scordarci di essere stati bambini. Smettiamo con una rapidità disarmante di chiudere gli occhi. Ci dimentichiamo delle cose più semplici della vita: disimpariamo a sbagliare, iniziamo ad avere una dimestichezza disumanamente umana con la cosa giusta.
Che fine hanno fatto i nostri capolavori con il pongo? Quando abbiamo iniziato a pronunciare nel modo corretto puzzle?
Probabilmente gran parte dei nostri problemi sono iniziati un secondo dopo aver posto fine agli errori più creativi della nostra vita.
Ma un modo per stimolare la nostra fantasia esiste. E si chiama Gianni Rodari. Basterà chiudere gli occhi per farsi aiutare da lui.
Voglio ricordare uno dei suoi percorsi creativi proposti dalla Grammatica della Fantasia (Introduzione all’arte di raccontare storie, Einaudi), un modello concreto per rivendicare all’immaginazione un doveroso spazio all’interno dei nostri giorni. Più semplicemente: un modo per parlare ai bambini di ieri, con la scusa di raccontare favole ai bambini di oggi.
Scrive Rodari: “I bambini, quanto a storie, sono abbastanza lungo conservatori. Le vogliono riascoltare con le stesse parole della prima volta per il piacere di riconoscerle (…). Essi hanno bisogno di ordine e rassicurazione“.
continua: “In alcune scuole ho visto fare questo gioco. Si danno ai ragazzi alcune parole sulle quali dovranno inventare una storia. Cinque parole, per esempio, sono in serie, e suggeriscono la storia di Cappuccetto Rosso: “bambina”, “bosco”, “fiori”, “lupo”, “nonna”. La sesta spezza la serie; per esempio, “elicottero“.
Racconta Rodari che l’arrivo dell’elicottero è riconosciuto dai bambini come un elemento fortemente rivoluzionario. Sorprende, forse sconvolge: regala stupore. E’ il fascino dell’inatteso. Si realizza in questo caso un vero e proprio binomio fantastico, da una parte Cappuccetto Rosso, dall’altro l’elicottero.
I bambini reagiscono con grande sorpresa all’irruzione, nella loro favola, di un elemento così tecnologicamente rumoroso. Tanto da scombinargli i piani. Ma l’irruzione del paradosso viene digerita molto in fretta dalla fantasia dei bambini: una volta che la loro immaginazione l’ha mandata giù, ecco che l’infantile capacità di chiudere gli occhi può regalare nuovo fascino alla favola. Così si inventeranno una nonna che si trasforma in poliziotta alla guida di un elicottero fiammante che inseguirà il lupo. Finirà per sparire, rapito dalla fantasia, Cappuccetto Rosso. Quel Cappuccetto Rosso che nelle favole degli adulti è noiosamente pluripremiato come unico attore protagonista.
La morale è chiara, perché di morale dovremmo tornare a parlare prima di sdraiarci, ogni sera: varrebbe la pena di tornare bambini, almeno cinque minuti al giorno. E ritrovare il gusto di imparare a sbagliare.
Morosini, se il cordoglio e’ social
La tragedia di Morosini è sembrata una tragedia di tutti. Lo ha detto persino Celentano, che ha aggiunto le sue considerazioni a quelle di infiniti altri colleghi del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica e di ogni settore della vita.
Ormai non è una novità, di fronte a qualsiasi dramma il cordoglio si fa social. Tutti si sentono in diritto di twittare la propria sofferenza. Resta da capire quanto duri il social-cordoglio™. L’impressione è che duri dalle 24 ore ad una settimana. Al massimo. Poi le agende dei media, che riflettono i tempi della vita di oggi (tempi digitali), virano la propria attenzione su nuove tragedie.
Abbiamo davvero bisogno di tutto questo? Senza polemica, può servire - realmente – un tweet di Jovanotti per migliorare la sostanza della nostra vita, persino della nostra sofferenza? Severgnini domenica lo ha definito, sul Corriere della Sera, il reality della morte. Ed è un reality che appassiona tutti. Gli strumenti digitali poi fanno il resto e rendono molto più difficile, per ogni essere umano, farsi sedurre dal fascino del silenzio. Quel (minuto di) silenzio che tanti campi di gioco internazionali hanno dedicato allo sfortunato calciatore del Livorno: un silenzio surreale, che i nostri stadi non hanno mai saputo, per cultura, replicare.
Il silenzio fa parte della cultura degli uomini e la nostra, purtroppo, è densa di urla, che hanno trovato sfogo prima nei Processi di Biscardi e poi nelle Arene di Giletti. Se questo è il mare di parole dove naufragare, teniamoci i tweet di Ligabue. Ma per ricordare Morosini avremmo preferito C’era una volta il West ed Ennio Morricone, come nella Liga Spagnola.
Il calice di Cristo: per molti ma non per tutti
In una lettera di cinque pagine rivolta alla conferenza episcopale tedesca, Benedetto...Condivisione senza comprensione
L’impressione è che buona parte delle nostre giornate siano dedicate alla ricerca...Sulla grammatica della fantasia
Gianni Rodari è sicuramente un (ulteriore) motivo per crescere senza particolare fretta....Morosini, se il cordoglio e’ social
La tragedia di Morosini è sembrata una tragedia di tutti. Lo ha detto persino Celentano,...


